Tutto iniziò quando decisi di voler puntare in alto e quindi di andare all’università. (Al liceo ancora pensavo che nella vita vera vigesse la meritocrazia. Già. Beata ingenuità.)
A dire il vero tutto iniziò una sera d’autunno di 22 anni fa quando i miei non avevano niente di meglio da fare che concepirmi (in effetti l’iphone ancora non esisteva), ma non dilunghiamoci troppo.
Dicevamo. Liceo. Università. Stanotte.
Che mi son svegliata e la gamba mi tremava. Io pensavo fosse il terremoto, boh.
E invece ero agitata. Evidentemente.
Ma perché mai qualcuno dovrebbe agitarsi, più specificatamente io, che sono sempre così tranquilla e rilassata (come avrete notato anche voi), figurarsi oggi che che avevo due esami. Di uno ho letto qualcosa mentre andavo in università, e l’altro che me frega, è a crocette, quei due mattoni di comunicazione pubblica li ho venduti ancor prima di dare l’esame, mai aperti, e mai l’avrei fatto.
Poi poco importa se c’è chi quell’esame l’ha provato 11 volte, chi finisce fuori corso, e oggi mi son trovata compagni che lo provavano per la sesta volta.
Intanto io l’ho passato con l’intramontabile metodo dell’ambarabacicciccoccò e ho preso 22,5, al primo colpo, e ridevo, e gli altri mi insultavano, tu! Pellegrina! Che arrivi e te ne vai, e noi qui, bloccati fino alla fine dei nostri giorni!
Scusate.
Mi sembrava di esser tornata ai tempi del liceo.
Con l’esame della mattina invece c’è stato da ridere. Mi son presentata ad un esame di statistica senza la calcolatrice. E chi ci aveva pensato, che a statistica uno deve mettersi anche a fare 2+2.
Assistente a inizio esame: “Se venite ad un esame di statistica senza la calcolatrice potete anche uscire.”
Io ho guardato il mio banco: penna e badge. È lì che ho realizzato che forse avevo dimenticato qualcosa.
Forse eh.
Una domanda era su uno dei libri a scelta. Io non faccio quelli obbligatori, figurarsi se faccio quelli a scelta.
Anche lì, ambarabacicciccoccò e via. E giù a scrivere boiate su boiate. E giù a ridere, tra chi si ritirava e chi piangeva disperato.
Una festa insomma.
Ogni tanto mi giravo e vedevo Samuel immerso nei suoi pensieri. Beato lui che ne ha, di pensieri, ho pensato.
La giornata di oggi mi ha ridotta così, incapace persino di masticare come le persone normali:
Mi sono anche presa il diluvio universale, dopo. Pure.
E intanto domani mi preparo per la cazzata più grande della mia vita, che non ho detto a nessuno, perché stavolta voglio sbagliare e voglio farlo da sola.