A night with Macklemore. Tra orgasmi e ricordi.

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Ricordo quando, al liceo, dovetti scrivere un articolo per il giornale della scuola, sul concerto degli Eagles. Articolo che probabilmente interessò solamente me ed il mio professore di italiano.
Mi fece i complimenti perché non è facile, per una diciottenne, raccontare tempi che non ha mai vissuto, sentirli lì, sotto la pelle.
Mi piaceva raccontare, quando avevo diciotto anni.
Ora un po’ meno, come se i ventidue anni nel 2013 fossero i nuovi quaranta.
Forse è così, per me. Forse sarebbe stato così anche se avessi avuto ventidue anni nel ’78.
Anche se probabilmente sarei morta di overdose a sedici anni.
Dicevo. I concerti. Overdose. Il mio prof del liceo. Anni a caso.
Ah, Macklemore.
È passata una settimana e ancora quando torno a casa in metropolitana mi trovo a canticchiare Thrift shop come la prima volta. (Inizio di un amore – Ciak Uno)
Tralasciando il sesso che emana Macklemore da ogni poro, fibra del cuoio capelluto, punta del canino destro, da tutto, da sempre, per sempre. Forever and ever, ameeen.
La sua voce me la sogno di notte. (E quando mi appisolo sul divano la domenica dopo pranzo, come gli anziani.)

È stato bello sapere di poter essere ancora quella di prima, almeno per un po’. Come se quest’ultimo anno non fosse mai successo. Come se fossi successa io ma senza di te. Come se fossi ancora forte.

Ho cercato di ricordare l’ultimo concerto a cui sono stata. Morrissey, l’estate scorsa.
Prima di concerti me ne facevo due a settimana, poi ad un tratto ho smesso.
Rinunciare a questa valvola di sfogo è stata solo una delle tante rinunce fatte nell’ultimo anno e mezzo.
Penso a tutti i concerti che dovevo farmi quest’estate. Springsteen, Bon Jovi, Robbie Williams, Killers, System of a Down.
Devo essermi punita più o meno inconsciamente per tutte le volte che nella vita ho girato a sinistra quando invece dovevo svoltare a destra.
Anche quando avevo sedici anni mi punivo, ma non è che capissi molto del mondo fuori, sempre con la presunzione che il mondo fosse solo quello che vedevo io.
In ogni caso, la mia adolescenza è stata una gran figata. Piena di magagne ma comunque una gran figata.
Tutti quei concerti punk metal rock e chi più ne ha più ne metta, dove facevo la figa a pogare e poi vomitavo tre volte in due ore.
(Sì, ho avuto un lato oscuro anch’io. Giravo con Vans a quadri VOLUTAMENTE bucate.)
Bei ricordi.
Dicevo. Tartarughe che sorreggono il mondo, punizioni, The black parade, le Vans.
Macklemore.
Trovo doveroso premettere alcune cose sui video:
– prima d’ora non avevo mai fatto/editato/postato video, quindi accontentatevi. Sono brava a fare foto, non diventerò mai una regista, è la dura legge della vita
(sottolineo anche che usare imovie e creare un canale youtube è stata una delle cose più difficili fatte nella mia vita, pari a quando dovetti dormire in un ostello perso in mezzo ai monti una decina d’anni fa)
– foto e video fatti con digitale, la qualità, soprattutto audio, è quel che l’è
– mi scuso per urla e commenti vari, le parti peggiori (Samuel può confermarlo) le ho tagliate
Una cosa che mi ha colpito di Ben (ormai siamo amici, io l’ho visto sudato e seminudo, that’s amore, capite, sono tornata dodicenne) è stato l’aver raccontato la sua vita, tra un pezzo e l’altro.
L’esser riuscito a raccontarla non solo con le parole, ma anche e soprattutto con lo sguardo.
Una vita strana.
Come quella di tutti, d’altronde.
Dice che a lui dei soldi, delle macchine, delle donne, a lui tutte queste cose non interessano, vuole solo fare musica.
Voglio credere che sia veramente così, che quella luce nello sguardo non sia causata dai riflettori ma da quello che ha lui dentro.
Voglio crederci, deve esserci qualcosa di vero in questo mondo.
Anche lui dice che c’è speranza, c’è sempre.
Mi viene in mente un messaggio privato che mi scrisse Veronica su myspace quando avevo 15 anni.
Bei tempi, quelli di myspace.
Diceva che non dovevo mai smettere di credere nel bello della vita, perché la forza che avevo negli occhi io nonostante tutto, era la forza che le permetteva di andare avanti. Che lei poteva smettere di sperare ma che non dovevo farlo io.
Penso che sono bei ricordi, che dovrei sorridere.
Invece piango.
Chissà che fine ha fatto, Veronica. Ci eravamo sentire una volta, su facebook, due o tre anni fa. Dovevamo vederci.
Non è successo.Il giorno prima del concerto Simo mi ha invitato ad una festa privata con Macklemore.
A differenza di tutte le altre volte, stavolta prima di dire no ci ho pensato davvero.
Ma la paura di perdere il controllo ha preso il sopravvento. Come sempre. Come se mettere in pausa la ricerca di una perfezione che non arriverà mai significasse dover ricominciare tutto da capo. Di nuovo.
Come quando, una vita e mezza fa, delle serate che facevo ricordo solo che mi svegliavo nella caserma di Corso Sempione, con il sole entrare dalle finestre e il rumore del vomito di Camilla provenire dal bagno.
E il tacco destro delle Dolce&Gabbana di pizzo rotto.
Camilla che ora quando mi vede non mi saluta neanche più.
People are strange when you’re a stranger
Faces look ugly when you’re alone
When you’re strange
Faces come out of the rain
When you’re strange
No one remembers your name

C’è stato anche un momento lacrime, con Thin Line. Mi sei venuto in mente tu. Quando ti ho guardato negli occhi l’ultima volta sapendo che dopo tutte le ultime volte, quella lo era davvero.
Mi devo fare un altro tatuaggio.
Una volta qualcuno mi disse che niente dura per sempre. Aveva 36 anni. Mi son detta, io lo penso da sempre, allora se lo pensa anche lui che è un adulto è vero, e mi sono sentita giusta, ho indovinato, Gerry accendila che stavolta ho vinto.
Peccato fosse una delle poche cose giuste uscite dalla bocca di quell’uomo di 36 anni che di adulto aveva, ha, solo l’insicurezza di quando, guardandoti negli occhi, ti dice che sei bellissima sapendo che la ragazza al tavolo accanto lo è di più.

A proposito, il giorno dopo il concerto avevo un appuntamento.
Rimandato.
Francesco.
Non ci siamo ancora visti.

Penso che dovrei ringraziarmi, perché mi sono regalata questa serata.
Penso che sia stupido.
Mi ringrazio.
Penso che dovrei ringraziarmi più spesso. È piacevole.
Essere stupidi, non avere il controllo sotto i piedi, staccare la spina dai pensieri, urlare con mia madre e ripetere tre volte di fila cazzo.
Cazzo.
Penso che dovrei farlo più spesso. Sorridere, divertirmi, ringraziarmi, e tutto il resto.
Litigate con mia madre a parte.

4 risposte a “A night with Macklemore. Tra orgasmi e ricordi.

  1. Mi son letto tutto il post, ma i video qui dall’ufficio me li bloccano. Rimedierò stanotte.
    Un saluto e… si: “Sorridere, divertirmi, ringraziarmi, e tutto il resto.” Fallo più spesso 😉

    Mi piace

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