Summer trip, parte due: Arles.

(No, non sono rimorta. Sono solo ripartita e riandata in vacanza, ora per la gioia di nessuno sono tornata per restare e buttarmi a capofitto nell’autunno milanese,)

Le vacanze sembrano già così lontane, che mi viene quasi male doverle ripercorrere. Ma pur di non dover riprendere in mano i libri farei qualsiasi cosa.
Quindi, dicevo. La seconda parte del viaggio mio e di R. sarebbe dovuta essere Arles, per il festival di fotografia più importante d’Europa, io però mi sono fatta prendere dalla foga di andare qua, là, St Tropez, e abbiamo finito per starci un solo giorno.
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Abbiamo soggiornato in un paradiso terrestre. Premetto che io e R. abbiamo una visione opposta di come viaggiare, io cerco il comfort, le stelle, in un qual modo la servitù, lui è più da bed&breakfast, condivisione e pace e amore.
Convincerlo però è stato semplice, è bastato dirgli “O si fa come dico io o niente.” e mentire un po’ sui prezzi dei quattro e cinque stelle che avevo già prenotato senza dirgli niente. (Lo so che leggi. Ormai è andata.)
Premesso questo, l’oasi in cui mi sono trovata inconsapevolmente ha soddisfatto entrambi a pieni voti.

Hotel appena fuori da Arles, immerso nel verde in un parco di cinque ettari (io avevo già messo le mani avanti, “Devi uccidermi tutti, e dico tutti gli insetti che ci saranno, se no non smetto di urlare, te lo dico.” “Tu le persone le prendi per sfinimento.”, anche se alla fine di insetti non ne abbiamo miracolosamente trovati), camere spaziose e arredate in tipico stile provenzale, con bagno però moderno e ristrutturato.
Pomeriggio ci siamo riposati in piscina e la sera abbiamo cenato in un ristorante a lume di candela sulla strada, con alle spalle l’anfiteatro romano. Sono sempre le piccole cose a darti grandi emozioni.
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La colazione è stata la cosa che più mi ha piacevolmente sorpreso. (Sì, penso sempre al cibo. E R. si è sfondato di formaggi. Cose che capitano.)
Tralasciando la qualità del cibo, che spesso si da erroneamente per scontata, i tavolini sparsi per tutta la proprietà davano la possibilità di mangiare e rilassarsi in assoluta tranquillità.
Insomma, lasciare quel posto è stato traumatico.

Ad Arles siamo riusciti a passare solamente poco più di mezza giornata, ma l’abbiamo girata quasi tutta, probabilmente avremmo avuto molto più tempo se non mi fossi fermata a fotografare ogni porta e ogni finestra che incontravamo sulla strada. Ma così è.
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Tra le tonnellate di mostre sparse per la città, abbiamo scelto di visitare quella di David Bailey, che non conoscevamo. Quando siamo entrati abbiamo capito il perché del titolo fuori “Stardust”. Dire che ha fotografato c-h-i-u-n-q-u-e nel mondo dello spettacolo sarebbe riduttivo. Bob Dylan, gli Stones, Damon Albarn, i Queen, poi i registi, gli attori, le modelle (ovviamente).
Io che amo i primi piani in bianco e nero ero letteralmente in visibilio.
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E così, tra un “Ma dobbiamo proprio?” e un “Oddio com’è tardi.” ci siamo mossi in direzione Camargue.

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