E voi, ancora vi ostinate a chiamarla cultura? #CharlieHebdo

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“Oggi ho perso tutti i miei amici.”
A parlare è Philippe Val, ex direttore del Charlie Hebdo, durante un’intervista a Radio France International.
“Erano così vitali, erano felici di far ridere le persone, di avere idee generose. Erano brave persone. I migliori di noi, come tutti quelli che ci fanno ridere, che sono liberi. Sono stati assassinati, questo è un insopportabile massacro”.

Sto parlando di quanto è avvenuto ieri nella redazione del Charlie Hebdo.
Ho quasi paura a dirlo. Come quando perdi qualcuno e non riesci a pronunciare quelle semplici e ovvie parole che tutti aspettano.
Sono rimasta sgomenta di fronte a quello che ormai può essere chiamato attentato, senza possibilità di fraintendimenti. Ma non sgomenta come una persona normale può sentirsi di fronte ad avvenimenti del genere.
Stavolta è stato diverso. E non perché Parigi, il mio posto, è stato violato. L’angolo in cui mi rifugio da ormai tanto tempo quando ho un groppo sullo stomaco.
Non è per questo. Non totalmente, almeno.
Ho seguito tutto il giorno gli aggiornamenti e la sera l’inevitabile speciale di Mentana, cercando di capire.
Il mondo è restato sconvolto da quanto accaduto, tutti si sono precipitati ad esprimere il proprio pensiero. Persino io che, pur essendo parte attiva dei social, preferisco lasciare carta bianca durante certi avvenimenti.
Mi sono chiesta se fosse giusto, piangere solo quelle dodici persone mentre altre 40 venivano uccise in Yemen e una in Tunisia.
Ho fatto fatica a dormire, continuando a cercare di capire.
Poi, forse, ho capito.
Lo Yemen è lontano, quelle persone, quei modi di vivere sono quasi marziani per noi. Parigi invece è qui, ad uno schiocco di dita, tutti conosciamo qualcuno che in questo momento si trova lì.
Io stessa sarei dovuta essere lì, in questi giorni.
Mi sono precipitata a scrivere ad Aline che invece ci è andata, a Parigi. La sua prima volta. Quando me l’ha detto ho pianto. Io la mia prima volta a Parigi non la ricordo nemmeno più, mi ha conquistata volta per volta, inconsapevolmente.

Parigi è un po’ la città di ognuno di noi. Mi sono chiesta se sono mai passata per quella via, se la ricordo.
Mi sono detta anche che sarei potuta esserci io, al posto di quel poliziotto, a implorare una pietà che non verrà concessa.
Perché Allah non la concede mai, a quanto pare.

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“È stato tolto il diritto all’ironia, che è l’intelligenza di un popolo.” Dario Fo ha (quasi) sempre le parole giuste.

E voi, ancora vi ostinate a chiamarla cultura?
Che venga definita cultura islamica, o dell’odio, è comunque una definizione errata.
Cultura è conoscenza, compromesso, è finire martiri senza volerlo, non odio, ignoranza. Cultura non è seminare pallottole in corpi disarmati e colpevoli solo di voler essere liberi.
Cultura non è il Financial Times che definisce “stupido” il comportamento di quei giornalisti e vignettisti. E non è nemmeno il Time che pubblica vignette del giornale, ma solamente quelle non raffiguranti l’Islam.
Davvero l’odio deve continuare a vincere?
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Mi sono chiesta come staranno, i familiari di quel poliziotto, sapendo come è finita la sua vita, sbandierata sui media di tutto il mondo, con il volto terrorizzato mentre alzava le mani in segno di resa, di impotenza.
Mi sono chiesta cos’avrà pensato quel poliziotto un attimo prima di morire.
Ma mi sono accorta di una cosa: non mi sono chiesta cos’hanno pensato quegli assassini.
Forse non lo voglio sapere, forse penso che nessun pensiero sia appropriato mentre stai sparando alla tempia di un uomo ferito.
Ma qualcosa devono pur aver pensato.
Preferisco non sapere.

So, invece, che ho paura ad uscire da casa mia.
Da oggi non si potrà più dire che una penna uccida più di una spada. Questa è la nostra vera sconfitta.
E, per una volta, vorrei tanto non piangere.

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