13 Novembre 2015, la verità è che siamo cambiati tutti, e i più fortunati siamo noi.

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Ho visto “Attacco a Parigi”, l’altra notte. Da un po’ di tempo a questa parte dormo poco, dormo male, in letti che non solo il mio, e a volte nemmeno dormo.
Non mi fermo mai, e devo ancora capire perché.
Quel documentario sicuramente non mi avrebbe conciliato il sonno, ma era arrivato il momento di guardarlo.
Un momento che ho rimandato per un bel po’, perché quando ti dicono “Fa piangere tantissimo”, significa che tu, come minimo, finirai per singhiozzare così tanto da non riuscire più a respirare. Significa che avrai gli occhi così gonfi da sentir male alla testa.
L’empatia è una cattiva amica, una debolezza sempre troppo forte, a tratti devastante.

Però, alla fine, l’ho guardato, ed è andata addirittura peggio delle mie più buie aspettative.
È stato struggente, e mi sono chiesta con che coraggio mi sarei alzata qualche ora più tardi.
Con che coraggio si alzano tutti, tutte le mattine. A volte me lo chiedo, quando accade qualcosa di brutto, e mi sento molto Manola, un personaggio di Margaret Mazzantini. Eternamente fuori posto.

Penso al mio 13 novembre 2015. Ci penso, ogni tanto.
Era venerdì sera e come tutti i venerdì sera ero al cinema con il mio ex. Avevamo visto tutti i film impegnativi che c’erano nelle sale, perché era il periodo in cui non avevamo più niente da dirci ma ancora non riuscivamo ad ammetterlo.
Allora optiamo per i Peanuts, i miei ricordi d’infanzia. Almeno ridiamo un po’, ci farà bene.
Appena parte il film iniziano ad arrivarmi delle breaking news, spari, Parigi, lo stadio, feriti, non si capisce. Gli faccio leggere, lui sospira, dice qualcosa, continua a guardare il film, ride.
Io non rido più. Continuano ad arrivare le notizie, attacchi, morti.
Guardo lui, la faccia è a tratti contrita, o forse solo concentrata, poi però ride. Ci provo anch’io, fingo una volta, ma sento una stretta allo stomaco.
Mi guardo intorno, guardo i volti degli altri, di tutti gli altri, che ridono, e sorridono, mentre mangiano pop corn.
Altre notifiche, un locale, un concerto, altri locali.
La stretta allo stomaco si allarga come una macchia nera, mi manca il respiro, gli occhi si riempiono di lacrime, è un po’ claustrofobia, un po’ panico, un po’ non lo so.

Guardo l’entrata della sala, come se un uomo alto, brutto e cattivo possa sbucare da un momento all’altro imbracciando un kalashnikov e farci fuori tutti.
D’altronde, se è successo a Parigi, la città che ha accolto tante mie paure e le ha accarezzate, con cura e delicatezza, fino a farle disintegrare, può succedere anche all’UCI Cinema Bicocca di Sesto San Giovanni, che altro non è che un ammasso di cemento.
Mi immagino i pop corn che saltano in aria, a rallentatore.
Mi chiedo quale regista interpreterebbe al meglio la mia morte. Cerco di scegliere anche una musica in sottofondo, ma a quale musica puoi pensare mentre stai immaginando di saltare in aria?

A volte ho come l’impressione di sentire il peso di tutti i fardelli del mondo dentro di me, come se fosse a me che stessero capitando, tutti, sempre.
Manola, di nuovo.
Il film finisce, tu non sei saltata in aria e gli altri hanno finito i loro pop corn.
Ti guardi ancora intorno, ridono tutti. Ridono sempre tutti. Poi ci sei tu, che mentre gli altri ridevano capivi che la Parigi che conoscevi, che hai amato e che ti ha amato, non sarebbe più stata la stessa.
E la verità è che siamo cambiati tutti, i più fortunati siamo noi, colpiti indirettamente da qualche immagine, qualche parola, da delle sensazioni, ma nessuno di noi è più lo stesso.

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