Truffaut, Franzen, e la palude dei sentimenti.

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Un giorno come tanti, A. e il suo sorriso da ebete.
È felice.
“Che noia”
, gli dici.
Ti chiede ingenuamente perché.
“La felicità è sopravvalutata, la vita è troppo breve per passarla ad essere felici.”
Erano anni che sognavi di dirlo, il perfetto inizio di un tuo ipotetico, futuro libro sulla tua assurda, folle, monotona vita di quasi ventottenne.
“Non so se sono mai stata felice, ma le volte in cui ho creduto di esserlo mi sono poi accorta che stavo perdendo tempo.” Parlavo e pensavo che avrei dovuto prendere appunti.

Mi torna in mente Libertà di Jonathan Franzen, appoggiato sul letto sfatto dell’hotel di Parigi in Place de la Madeleine. Di nuovo. L’avrò raccontato un’infinità di volte, e l’avrò pensato molte di più.
Me l’aveva consigliato Francesco. E mentre io ero a Parigi, in uno dei miei week end in solitaria, lui era restato a Milano, a festeggiare il compleanno con l’altra fidanzata, la polacca che poi ha sposato.
Mesi dopo, mi parlò di una palude di sentimenti, citando un filosofo tedesco. E a me i tedeschi non sono mai stati simpatici, figurarsi poi un filosofo.
Capii che i bei tempi in cui ci trovavamo a letto a discutere di Truffaut erano andati. Finiti, sprofondati in quella palude.

Libertà, alla fine, non l’ho mai letto.
Ho letto sempre e solo le stesse pagine, 412-13, per anni. E basta.
La verità è che non mi sono mai sentita pronta. Esiste mai un momento in cui si è davvero pronti per leggere un libro che si intitola Libertà?
Perché le uniche due pagine che ho letto parlano di prigione. Dell’arrivare sempre quando ormai è tardi. Del desiderare solo quello che non potremmo mai avere.
Non ci vedo libertà in tutto questo.
Ci vedo vita, malinconia, ma non libertà.
Gli unici momenti in cui mi sono sentita libera è stato quando sono fuggita, letteralmente.
L’ho fatto tante volte, forse troppe, ma sto provando a smettere. Come fanno le persone normali con il fumo.
E, esattamente come loro, non sono così sicura di voler smettere.

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